L’Health information technology, secondo la definizione dello statunitense Department of Health & Human Services, comprende “l’elaborazione, l’archiviazione e lo scambio di informazioni sanitarie in un ambiente elettronico”.
18 May, 2022

L’Health information technology, secondo la definizione dello statunitense Department of Health & Human Services, comprende “l’elaborazione, l’archiviazione e lo scambio di informazioni sanitarie in un ambiente elettronico”. Quindi un suo utilizzo diffuso, sempre in base a quanto si legge sul sito del dicastero del governo federale americano che si occupa della salute dei cittadini, “migliorerà la qualità dell’assistenza sanitaria, eviterà gli errori medici, ridurrà i costi, aumenterà l’efficienza amministrativa, diminuirà la burocrazia ed espanderà l’accesso all’assistenza sanitaria a prezzi accessibili”. 

Abbiamo avuto modo di testare la verità di queste affermazioni nell’ultimo biennio, durante il quale la pandemia ha impresso una forte accelerazione ai processi di digitalizzazione in svariati settori, sanità in primis. Il ruolo dell’Health information technology è emerso in tutto il suo valore, come perno attorno a cui far ruotare l’innovazione dell’intero comparto della Salute. Un ruolo di cui SDG Group è ben consapevole, e non da oggi, come ricorda il suo fondatore e Amministratore Delegato Luca Quagini.

 

Health information technology, l’esempio della soluzione DocDot

«L’Health information technology - spiega Quagini -, soprattutto grazie al ricorso a cloud e intelligenza artificiale, potrebbe ottimizzare e semplificare l’interoperabilità tra i sistemi informativi differenti adottati da Regioni e ASL. Ad esempio DocDot, la nostra app considerata da Forbes una tra le 10 soluzioni di digital health più innovative a livello globale, impiega una tecnologia di elaborazione del segnale luminoso in grado di convertire in tempo reale la luce riflessa dai vasi sanguigni del viso in accurate misurazioni dei parametri vitali. Attualmente è uno strumento di autovalutazione del proprio stato di salute, ma se in futuro fosse certificato come medical device consentirebbe ai medici di effettuare il triage anche a distanza». 

Si calcola che in Italia il numero medio di pazienti per ogni medico di base sia pari a 1.224, il che rende complicata la continuità dell’assistenza soprattutto a favore delle persone fragili e di quelle che hanno patologie croniche. Una criticità risolvibile con la telemedicina.

 

Le risorse del PNRR per Health information technology e telemedicina

Non è un caso se nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) 4 miliardi di euro siano destinati a investimenti che hanno l’obiettivo di identificare un modello per l’erogazione delle cure domiciliari che sfrutti al meglio le possibilità offerte dalle nuove tecnologie (telemedicina, domotica, digitalizzazione), nonché quello di realizzare in ogni ASL un sistema informativo in grado di rilevare dati clinici in tempo reale. «Integrando teleconsulti e televisite all’interno dell’Health information technology - dice ancora Luca Quagini - si ottengono dei risultati in termini di proattività e prioritarizzazione. A fronte infatti dei parametri raccolti direttamente dal paziente e dell’incrocio con le informazioni presenti nel Fascicolo Sanitario Elettronico, con l’intelligenza artificiale è possibile sapere qual è la fase clinica in cui si trova il paziente, dando priorità a quei casi che necessitano di un intervento più tempestivo». L’Health information technology, in definitiva, assolve anche a una funzione di monitoraggio costante della salute delle persone.

 

L’importanza dell’integrazione tra i dati di aziende pubbliche e private

C’è, infine, un ulteriore tassello che il fondatore e CEO di SDG Group ritiene fondamentale affinché l’Health information technology possa fungere da leva a supporto dell’innovazione in sanità. Si tratta dell’integrazione delle informazioni provenienti da strutture pubbliche e private. A determinare i silos che oggi contribuiscono a rallentare la costituzione di quell’unico repository nazionale che rientra fra gli scopi del PNRR non c’è soltanto la frammentazione dei sistemi sanitari regionali, ma anche la gestione disomogenea dei dati a seconda delle aziende sanitarie, socioassistenziali o assicurative che li raccolgono.

«A prescindere dal tipo di struttura scelta o anche dalla compagnia assicurativa con cui si decide di stipulare una polizza, ci deve essere un’integrazione piena. E se questa integrazione è più smooth, perché la si riesce a garantire tramite i sistemi digitali, è ancora meglio. Invece di essere costretti all’alternativa tra pubblico e privato, è opportuno ibridizzare l’offerta mediante l’Health information technology che, per questa ragione, assume un ruolo cruciale» afferma in conclusione Luca Quagini.

 

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